<p>Il diritto della crisi e dell'insolvenza - Jorio</p>
Il Nuovo Diritto delle SocietàISSN 2039-6880
G. Giappichelli Editore

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La gestione della crisi bancaria tra principio di libero mercato e intervento dello Stato (di Vincenzo Sanasi d’Arpe)


L'Autore esamina le diverse teorie che sono state elaborate per spiegare le ragioni dell’intervento statale nel contesto della crisi dell'impresa bancaria.

1. L'ipotesi darwiniana e le teorie a confronto. 1.1. La crisi come conseguenza naturale alla mancata sopravvivenza nel mercato. L’analisi della natura delle patologie che caratterizzano i casi di crisi dell’impresa bancaria porta all’osservazione di diverse teorie relativamente alle ragioni dell’intervento statale ed alla tutela degli interessi  in gioco. Secondo la teoria efficientistica che contraddistingue il sistema di mercato, la periodica ricorrenza di situazioni di crisi degli operatori rappresenta una normale conseguenza della competizione fra i protagonisti dei diversi comparti economici. L’adozione di questo assunto porta ad una concezione di tipo darwiniano, per cui la sana attività di ogni singolo operatore è dipendente dalle fondamentali regole di sopravvivenza all’interno dei mercati. Seguendo questa ipotesi risulta evidente che la patologia costituisce l’esito di una selezione operata dal mercato in ordine all’efficiente gestione dell’impresa, talché l’adozione di legislazioni assistenzialistiche nei confronti degli operatori in crisi viene comunemente intesa e rappresentata quale indebita ingerenza dello Stato nell’economia[1]. Invero, proprio nel presupposto che il mercato rappresenti, per definizione, lo strumento idoneo ad assicurare la migliore allocazione possibile delle risorse economiche, l’intervento pubblico volto ad assicurare un sostegno all’impresa in crisi o addirittura insolvente è interpretato come tentativo di attuazione di politiche di carattere dirigistico o comunque tali da bloccare l’azione della “mano invisibile” del mercato[2].   1.2. La necessità di una puntuale regolamentazione. Dopo aver osservato le precedenti considerazioni, vediamo ora come, considerando l’esigenza di stabilità sottesa all’esercizio del credito e tipica del settore bancario, il dibattito relativo all’opportunità di un intervento dello Stato per la regolamentazione dell’attività creditizia e la vigilanza sul suo svolgimento assuma una rilevanza del tutto peculiare. Al riguardo non può ignorarsi come, sul piano delle possibili scelte di fondo del legislatore, la dicotomia tra una puntuale regolamentazione dell’attività imprenditoriale e la piena applicazione dei principi del libero mercato sia ben lungi dal risolversi in una pedissequa applicazione dell’uno o dell’altro modello[3]. Invero, nessuna delle due alternative è immune da rischi, e se la criticità con cui si presentano i dissesti bancari costituisce il principale argomento addotto a sostegno dell’orientamento favorevole alla deregolamentazione del settore economico de quo è altresì innegabile che l’attività di esercizio del credito manifesta peculiarità tali da rendere scarsamente plausibile il [continua..]

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